venerdì 20 agosto 2010
La seconda possibilità per Bachini
Il destino bussò per la prima volta alla porta di Jonathan Bachini l’otto novembre 1998, durante la partita Udinese-Juventus, quando sul 2-0 per la Juve un suo gol avviò la rimonta friulana.
Livornese, ala sinistra guizzante, dalla grande facilità nel dribbling e dall’ottimo fiuto del gol, dopo alcune stagioni di gavetta si era rivelato al grande pubblico proprio a Udine, arrivando anche a conquistare la maglia della Nazionale. Due stagioni dopo era proprio la Juventus a ricordarsi di chi l’aveva castigata in passato, e per il “Baco” sembrava giunta la grande occasione, la consacrazione definitiva. Invece la storia cominciò a prendere un’altra piega. Un anno e mezzo passato spesso in panchina accanto ad Ancelotti, prima di essere prestato senza troppi rimpianti al Brescia. La grande occasione sprecata, il destino che non bussa più.
Ma in provincia il tornante livornese riemerge e, sotto l’ala protettrice di Roberto Baggio, aiuta a far risalire le rondinelle dal fondo della classifica fino al settimo posto finale. La Juve però non è squadra che dà seconde occasioni e, nonostante una serie di prestazioni eccellenti, al rientro dal prestito viene considerato pura merce di scambio, finendo al Parma nell’operazione che porterà a Torino Gianluigi Buffon. Poi dal Parma di nuovo al Brescia, in cambio di Aimo Diana. Il destino sta per bussare di nuovo, ma Bachini ancora non lo sa.
Scende in campo per soli 45 minuti, poi svanisce nel nulla per sei mesi. La versione ufficiale è “intossicazione alimentare”, contratta mangiando cozze avariate. Tra l’ironia degli appassionati di calcio e le voci di una grave malattia, la verità sembra essere nel mezzo: il tornante sarebbe in una clinica americana per disintossicarsi dalla cocaina. Ritorna per le ultime giornate di campionato, in forma come non mai: sgroppate sulla fascia degne dei tempi di Udine, un gol clamoroso su calcio d’angolo e la segnatura decisiva all’ultima gara contro il Bologna che vale al Brescia un’altra, insperata salvezza.
Sembra essere la rinascita, si rivelerà l’inizio della discesa agli inferi. Un grave infortunio al ginocchio lo costringe a saltare buona parte della stagione 2002/03, mentre nella successiva scivola ai margini della prima squadra. Infine, nel settembre 2004, Bachini viene trovato positivo alla cocaina al termine di Brescia - Lazio. Le voci non confermate di qualche anno prima diventano realtà. Nove mesi di squalifica e la rescissione istantanea del contratto con la società bresciana. Bachini sconta la sua pena e riesce, nella scorsa estate, a trovare una società disposta a dargli ancora fiducia, il Siena. Buoni propositi, tanta volontà di riscatto, l’attesa della fine della squalifica per disputare tre buone partite con la maglia dei toscani. Poi, nello scorso dicembre, ancora una volta dopo una gara contro la Lazio, una nuova positività alla cocaina. Neanche la sincerità del giocatore, che ammette di aver acquistato e consumato la dose, servirà a ottenere clemenza: la recidività comporta la squalifica a vita, che arriva il 30 marzo 2006. Per Jonathan Bachini non ci saranno altre seconde occasioni.
Livornese, ala sinistra guizzante, dalla grande facilità nel dribbling e dall’ottimo fiuto del gol, dopo alcune stagioni di gavetta si era rivelato al grande pubblico proprio a Udine, arrivando anche a conquistare la maglia della Nazionale. Due stagioni dopo era proprio la Juventus a ricordarsi di chi l’aveva castigata in passato, e per il “Baco” sembrava giunta la grande occasione, la consacrazione definitiva. Invece la storia cominciò a prendere un’altra piega. Un anno e mezzo passato spesso in panchina accanto ad Ancelotti, prima di essere prestato senza troppi rimpianti al Brescia. La grande occasione sprecata, il destino che non bussa più.
Ma in provincia il tornante livornese riemerge e, sotto l’ala protettrice di Roberto Baggio, aiuta a far risalire le rondinelle dal fondo della classifica fino al settimo posto finale. La Juve però non è squadra che dà seconde occasioni e, nonostante una serie di prestazioni eccellenti, al rientro dal prestito viene considerato pura merce di scambio, finendo al Parma nell’operazione che porterà a Torino Gianluigi Buffon. Poi dal Parma di nuovo al Brescia, in cambio di Aimo Diana. Il destino sta per bussare di nuovo, ma Bachini ancora non lo sa.
Scende in campo per soli 45 minuti, poi svanisce nel nulla per sei mesi. La versione ufficiale è “intossicazione alimentare”, contratta mangiando cozze avariate. Tra l’ironia degli appassionati di calcio e le voci di una grave malattia, la verità sembra essere nel mezzo: il tornante sarebbe in una clinica americana per disintossicarsi dalla cocaina. Ritorna per le ultime giornate di campionato, in forma come non mai: sgroppate sulla fascia degne dei tempi di Udine, un gol clamoroso su calcio d’angolo e la segnatura decisiva all’ultima gara contro il Bologna che vale al Brescia un’altra, insperata salvezza.
Sembra essere la rinascita, si rivelerà l’inizio della discesa agli inferi. Un grave infortunio al ginocchio lo costringe a saltare buona parte della stagione 2002/03, mentre nella successiva scivola ai margini della prima squadra. Infine, nel settembre 2004, Bachini viene trovato positivo alla cocaina al termine di Brescia - Lazio. Le voci non confermate di qualche anno prima diventano realtà. Nove mesi di squalifica e la rescissione istantanea del contratto con la società bresciana. Bachini sconta la sua pena e riesce, nella scorsa estate, a trovare una società disposta a dargli ancora fiducia, il Siena. Buoni propositi, tanta volontà di riscatto, l’attesa della fine della squalifica per disputare tre buone partite con la maglia dei toscani. Poi, nello scorso dicembre, ancora una volta dopo una gara contro la Lazio, una nuova positività alla cocaina. Neanche la sincerità del giocatore, che ammette di aver acquistato e consumato la dose, servirà a ottenere clemenza: la recidività comporta la squalifica a vita, che arriva il 30 marzo 2006. Per Jonathan Bachini non ci saranno altre seconde occasioni.
Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?
Articolo pubblicato dal Centro Sportivo Italiano di Vallecamonica
"Io per i genitori sono e sarò sempre un allenatore incapace. Mi chiamo Milco, sono un allenatore di calcio di settore giovanile ormai da 14 anni, sempre nei quartieri di Bergamo, e attualmente sono il mister di una squadra allievi Figc. Vi racconto con ironia il perché del titolo di questa mia lettera di sfogo». «I genitori non sono e non saranno mai contenti e la loro infelicità diventa un mio limite. Ho partecipato per tre anni a un campionato categoria giovanissimi Figc denominato "fair play". Questo campionato aveva due regole principali. La prima era che la partita era suddivisa in tre tempi da venti minuti ciascuno e inoltre vigeva l'obbligo di far giocare per un tempo tutti i ragazzi che erano a disposizione in panchina». «I sette cambi io li facevo sempre all'inizio del secondo tempo, in più ovviamente c'erano tutte le altre regole comuni del gioco del calcio. Avevo venti giocatori in rosa e di conseguenza c'erano quaranta genitori. Il regolamento mi consentiva di inserire in distinta solo diciotto giocatori (undici titolari e sette a disposizione), quindi purtroppo due ragazzi non potevo convocarli». «Pronti via ed ecco che per i quattro genitori di quei due ragazzi non convocati io ero un allenatore incapace. Dai Milco, mi dicevo, non ti abbattere, ne hai ancora trentasei che ti stimano. Arrivava il giorno della partita e io mi dovevo attenere al regolamento, undici titolari e sette a disposizione». «I ragazzi erano vestiti, uscivano dallo spogliatoio ed entravano in campo per il riscaldamento. I titolari all'interno del campo di gioco, gli altri da un'altra parte a palleggiare tra loro. Boooommmm! Ecco che anche per quei quattordici genitori resisi conto di avere i propri sette figli non titolari io ero diventato un allenatore incapace, nonostante avessi comunque convocato i loro figli». «Non devo mollare, mi dicevo allora, ho ancora ventidue genitori che mi vogliono bene. L'arbitro era pronto a fischiare l'inizio della partita, i ragazzi titolari si disponevano in campo in base ai ruoli da me dati. Non era possibile, porca miseria che sfortuna, per otto genitori i loro quattro figli giocavano fuori ruolo. Mi veniva da morire, nonostante li avessi convocati, nonostante giocassero titolari, anche per loro otto io ero un allenatore incapace». «Barcollavo ma non mollavo, avevo pur sempre ancora quattordici genitori che mi stimavano.... Ma no! Finito il primo tempo e nel rispetto del regolamento, facevo entrare tutti e sette i ragazzi che erano a disposizione. Ma io mi chiamo Milco ed ero, sono un allenatore incapace e sapete cosa combinavo con i cambi? Lasciavo in campo i quattro giocatori che "erano fuori ruolo" e sostituivo gli altri sette, così anche per gli ultimi quattordici genitori io mi trasformavo in un allenatore incapace, nonostante la convocazione e la maglia da titolare». «Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»
"Io per i genitori sono e sarò sempre un allenatore incapace. Mi chiamo Milco, sono un allenatore di calcio di settore giovanile ormai da 14 anni, sempre nei quartieri di Bergamo, e attualmente sono il mister di una squadra allievi Figc. Vi racconto con ironia il perché del titolo di questa mia lettera di sfogo». «I genitori non sono e non saranno mai contenti e la loro infelicità diventa un mio limite. Ho partecipato per tre anni a un campionato categoria giovanissimi Figc denominato "fair play". Questo campionato aveva due regole principali. La prima era che la partita era suddivisa in tre tempi da venti minuti ciascuno e inoltre vigeva l'obbligo di far giocare per un tempo tutti i ragazzi che erano a disposizione in panchina». «I sette cambi io li facevo sempre all'inizio del secondo tempo, in più ovviamente c'erano tutte le altre regole comuni del gioco del calcio. Avevo venti giocatori in rosa e di conseguenza c'erano quaranta genitori. Il regolamento mi consentiva di inserire in distinta solo diciotto giocatori (undici titolari e sette a disposizione), quindi purtroppo due ragazzi non potevo convocarli». «Pronti via ed ecco che per i quattro genitori di quei due ragazzi non convocati io ero un allenatore incapace. Dai Milco, mi dicevo, non ti abbattere, ne hai ancora trentasei che ti stimano. Arrivava il giorno della partita e io mi dovevo attenere al regolamento, undici titolari e sette a disposizione». «I ragazzi erano vestiti, uscivano dallo spogliatoio ed entravano in campo per il riscaldamento. I titolari all'interno del campo di gioco, gli altri da un'altra parte a palleggiare tra loro. Boooommmm! Ecco che anche per quei quattordici genitori resisi conto di avere i propri sette figli non titolari io ero diventato un allenatore incapace, nonostante avessi comunque convocato i loro figli». «Non devo mollare, mi dicevo allora, ho ancora ventidue genitori che mi vogliono bene. L'arbitro era pronto a fischiare l'inizio della partita, i ragazzi titolari si disponevano in campo in base ai ruoli da me dati. Non era possibile, porca miseria che sfortuna, per otto genitori i loro quattro figli giocavano fuori ruolo. Mi veniva da morire, nonostante li avessi convocati, nonostante giocassero titolari, anche per loro otto io ero un allenatore incapace». «Barcollavo ma non mollavo, avevo pur sempre ancora quattordici genitori che mi stimavano.... Ma no! Finito il primo tempo e nel rispetto del regolamento, facevo entrare tutti e sette i ragazzi che erano a disposizione. Ma io mi chiamo Milco ed ero, sono un allenatore incapace e sapete cosa combinavo con i cambi? Lasciavo in campo i quattro giocatori che "erano fuori ruolo" e sostituivo gli altri sette, così anche per gli ultimi quattordici genitori io mi trasformavo in un allenatore incapace, nonostante la convocazione e la maglia da titolare». «Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»
domenica 15 agosto 2010
lunedì 9 agosto 2010
Lo stretching: pro e contro
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